Spesso ci sarà capitato di isolare delle femmine che incubano le uova o in procinto di espellere i piccoli, e metterle in piccoli acquari da sole in attesa del fatidico evento. Quando gli avannotti vengono espulsi dalla femmina gli si dovrebbero lasciare alcuni giorni di ripresa sia fisica che alimentare prima di rintrodurla nell’acquario dove si è riprodotta, onde evitare i continui attacchi riproduttivi del maschio, e fino a qui direte dov’è il problema? Il problema è che non tutti hanno acquari sui comodini e sparsi in casa destinati alla crescita dei piccoli pesci riprodotti. Allora si ricorre alla vaschette parto, galleggianti, trasparenti, quelle usate per i pecillidi, dove i piccoli nati vengono divisi dalla madre spesso stressata da una lunga permanenza, in quel che chiamo io “prigione”. Queste vaschette infatti sono molto piccole e hanno un minimo ricircolo dell’acqua, spesso in superficie tende a formarsi la cosiddetta “pellicola”. Se ciò potrebbe essere funzionale per dei piccoli pecillidi non si potrebbe pensare lo stesso per delle femmine ad esempio di: Ophthalmotilapia, Labeotropheus cyphotilapia, Pseudotropheus, Cyatopharynx, Tropheus, Aulonocara, ecc. Queste vaschette parto galleggianti sono state affiancate da tempo in acquariologia da retine, leggermente più grandi. Queste reti hanno il pregio di avere un maggior ricircolo d’acqua, e una grandezza di 1 volta e mezza superiore di quella in plastica, essere smontabile e rimontabile, non è galleggiante. Dalla parte dei difetti, uno su tutti i ganci di ancoraggio fatti di alluminio leggerissimo rivettato in plastica; a lungo andare con l’acqua perde resistenza si arrugginisce il rivetto, o si rompe il gancio e la retina non si usa più. Nonostante tutto questa retina ci limita lo stesso con le femmine in misura di spazio; come fare per chi non possiede una vasca per far espellere gli avannotti a delle femmine di ciclidi del tipo: Cyphotilapia frontosa, Copadichromis, Fossorochromis rostratus, Nimbochromis, Ophthalmotilapia, Tropheus, Petrochromis, Placidochromis, ecc.; queste femmine entreranno mai in nessuna delle due vaschette sia di plastica che di rete.

LA SOLUZIONE SU MISURA

Una soluzione in questi casi c’è, costruirci noi la rete galleggiante su misura. Tutto ciò che ci serve è un po’ del nostro tempo libero, voglia e passione, oltre ai materiali. Ci servirà una rete fine plasticata, non rigida della tramatura di 1 mm x 1mm tipo zanzariera, preferibilmente di color bianco o grigio, del filo di ferro zincato – plasticato (rivestito in plastica) del diametro di 3mm, del polistirolo non colorato, bianco, meglio se del tipo più compresso il che risulta più lavorabile e resistente. Come strumenti di lavoro pinze, tenaglie, forbici, coutter o taglierino, del filo da pesca di diametro fine (0,16 per i pescatori), un ago, e per finire la famosa pistola per “sparare” il silicone.

LA PROCEDURA DI COSTRUZIONE

Nel mio caso ho costruito una rete – parto lunga 30 cm larga 20 cm ed alta 18 cm, ma si può costruirla delle dimensioni che uno vuole. Si prende un pezzo di filo di ferro della lunghezza di 110 cm, e lo si piega formando il perimetro del rettangolo 30 x 20. I cm di filo che avanzano ci servono per fissarlo girando tra di loro i due apici fino ad avere la forma squadrata del rettangolo. La stessa operazione la si effettua per formare la futura base della rete. A questo punto si prende la retina la si taglia in ragione dell’altezza di 20 cm per una lunghezza di poco superiore ad 1 mt e ci cuce con ago e filo da pesca ai due rettangoli fatti con il filo di ferro. Poi si applica un secondo pezzo di rete per formare la base cucendola al rettangolo di ferro. Questa forse è la fase di costruzione più noiosa ma anche la più importante per noi; un consiglio? Fatevi aiutare dalle donne. Terminato lo scheletro si prepara la rete – parto per il galleggiamento, si prende il polistirolo e lo si taglia per avere dei listelli la cui base misuri 3 cm x 3 cm e aventi la lunghezza dei lati del rettangolo che starà in superficie. Ora si praticano delle scanalature larghe e profonde circa 5 mm per poi fissarle sul lato in alto del rettangolo, sigillandole con il silicone, onde evitare che si arrugginisca il filo di ferro e che si possa scucire la retina. Stessa procedura per sigillare le cuciture e il fil di ferro nella zona immersa della rete ed il gioco è fatto. Ora non ci rimane che far asciugare il silicone per due giorni circa e si è sicuri che la grande rete – parto sia pronta per essere usata, non prima però di averla  migliore dei modi nella costruzione, nonché il risultato estetico e funzionale sarà soddisfacente. Spero di aver stimolato un po’ dell’ingegno e del “fai da te” che c’è in ognuno di noi, in modo da non accontentarci delle soluzioni innovative, spesso di uso universale poco adatte ai nostri pesci; ora spero che qualche femmina di ciclide goda di più spazio in una delle reti – parto che ci costruiamo anziché nelle strette “prigioni”.

 

Marco Isidori